domenica 27 dicembre 2009

MALEDETTO IL NATALE, MALEDETTA LA "FAMIGLIA": PER FORTUNA CE LO SIAMO SCIAMPATI DAI COGLIONI, 'STA FOTTUTA RICORRENZA INVENTATA DAL MERCATO+STORIA!!!


QUANDO SARANNO ECONOMICAMENTE ACCESSIBILI A TUTTI, LE DONNE ANDROIDE PRENDERANNO IL POSTO DI QUELLE VERE, PER LA GIOIA DEGLI UOMINI... A MENO CHE GLI ILLUMINATI NON LE DOTINO DEL SOFTWARE "MESTRUO CONTINUUM"; IN QUEL CASO, RIDATECI INDIETRO LE NOSTRE DONNE, ALMENO SAPEVANO CUCINARE SENZA BISOGNO DI PROGRAMMARLE, VISTO CH'ERANO GIA' STATE PROGRAMMATE ALLA/DALLA NASCITA


LA FORTUNA DELLE BESTIE E' CHE NON SI DEBBONO SOTTOMETTERE ALLE STUPIDE FOLLIE DELLA SOCIETA'; FOTO PARTICOLARMENTE RIVELATORIA E RINCUORANTE; ALMENO QUALCUNO CHE DICE LE COSE COME STANNO


SIMPATICISSIMA ISSIMA ISSIMA (CERTO, STO ANCORA RIDENDO, SICURO, COME NO, PROPRIO IL GENERE DI UMORISMO CHE PREFERISCO)IMMAGINE NATALIZIA RIASSUNTIVA.
A PROPOSITO: PERCHE' AL CINEMA MOSTRANO SEMPRE LA FIGA E MAI IL CAZZO? PAURA DI OMOSESSUALITA' DIETRO L'ANGOLO? MEGLIO NON INDAGARE, VERO? LA MAMMA POTREBBE ARRABBIARSI, DOPO TUTTI I POWER RANGERS CHE VI HA COMPRATO... E PENSARE CHE SI SPIEGAVA LA VOSTRA PREDILEZIONE DEL POWER RANGER ROSA E QUELLO GIALLO COME PRECOCE ETEROSESSUALITA' ULTRA SVILUPPATA.
MAMME DEL MONDO, MI DISPIACE: IL POWER RANGER GIALLO PIACEVA PERCHE' RAPPRESENTAVA IL PISCIO (AMATO DA TUTTI I PERVERTITI COME ME, SIA ADDOSSO CHE IN BOCCA; A CHI NON PIACE DE SADE?) MENTRE IL ROSA... E' COSI' OVVIO!


UNA NUOVISSIMA, AGGIORNATA VERSIONE DI UNO DEI SIMBOLI PIU' ANTICHI DELLA STORIA DELL'UOMO... PERCHE', NON LO SAPEVATE COSA, IN REALTA', STAVATE ADORANDO? LO SO, QUANDO SI APPRENDONO NUOVE INFORMAZIONI, IL CERVELLO LE CONFRONTA COI PARAMETRI DELLE VECCHIE E SE C'E' COMPATIBILITA' OK, SENNO' SCARTA L'INFORMAZIONE E LA BUTTA NEL CESSO.
BUTTATECI QUESTO, A PATTO CHE C'ENTRI TUTTO CON TUTTA L'ETERNITA' (DIO ED ETERNITA' SONO TUTT'UNO, NO? )

Una nuova indiscutibile, sobrissima, giusta, inattaccabile, matematica, intoccabile, veritiera legge riformista elaborata sapientemente da un'equipe formata da 45000 tra i più grandi psicologi veggenti del pianeta è riuscita a stabilire con assolutissima certezza che tutti coloro i quali attaccano fisicamente (e presto anche verbalmente) i nostri cari vip sono squilibrati mentali.
Lo dice anche la tv, e che cazzo!
Il cerchio si sta stringendo.
Sentivo una notizia al tg, in seguito al presunto terrorista dei miei coglioni che, invece di sorbirsi la tombola coi parenti si è imbarcato carico di esplosivo sul volo Amsterdam Detroit. Il bello è che prima dell'imbarco hanno fustigato una donna, martoriandola con 600 frustate più l'obbligo di indossare forzatamente un arroventato cilicio dentato 6 anni per aver portato con sé nella propria valigia una pinzetta per sopracciglia, ritenuta arma di distruzione di massa. Dopo una cosa del genere, nel caos, il terrorista ne ha approfittato, riuscendo ad imbarcarsi con 12 tonnellate di tritolo al napalm e uranio impoverito dal debito pubblico, spiazzando tutto l'universo e la sua inviolabile opinione pubblica.. D'altronde con la pinzetta per le sopracciglia si possono estirpare sia ciglia che bulbi oculari di passeggeri innocenti indifesi padri di famiglia buon lavoro mai una domenica messa saltata. Per fortuna che l'hanno fermata, già mi vedevo il pilota urlare: “Non ci vedo, quella troia mi ha accecato con la pinzetta per le sopracciglia, ci schianteremo tutti quantiiiii”, mentre l'aereo perde quota alla velocità della luce venusiana.
Quella della vigilia è stata una serata di merda; ancora peggio il pranzo di natale.
Dunque, a proposito di squilibrati mentali che attaccano il papa atterrandolo con una spear degna del miglior Batista ai tempi d'oro: oltre parlare di questa cazzata e relativi commenti (più che altro ripetizione a pappagallo, in loop, ad libitum, delle stronzate che dicevano i manipolati, puerili giornalistuncoli) durante la forzatissima cena, alla quale chiunque, piuttosto che partecipare, si sarebbe cosparso i coglioni di benzina, frammenti di vetro, con fiamma ossidrica e un martello alla mano, si è disquisito di quanto siano affilate, quindi mortalmente pericolose, certe lame di certi coltelli di certi ristoranti. In breve, la mia famiglia legislativa stava cercando di coniare una legge che vieti lame troppo affilate nei locali pubblici. Dunque, che dire? Io non ho detto niente; il tempo di spiegare tutto a tutti (che non vogliono capire perché già sanno tutto quel che c'è da sapere, tipo quali offerte ci sono al supermercato questa e la prossima settimana) è passato, sopratutto dopo che mi sono accorto di quanto sia inutile, anzi, improduttivo dal punto di vista della salute mentale dell'interlocutore che, irrimediabilmente, verrà attaccato, martoriato per le sue idee “fuori di testa”, e sono stato zitto, pensando roba molto felice, appropriata per supportare il meraviglioso spirito della santa (solo a livello simbolico) serata progettata per finire in cagnara.
Sono fermamente convinto che si possa uccidere un uomo a mani nude e trucidarlo con uno stuzzicadenti a metà. Ovvio, come tutte le cose deve essere dimostrato, per non sentirsi dire “sì, ma chi l'ha detto” in quanto, se ci fate caso spesso si sente dire “Ok, mi dici questo ma: - Chi l'ha detto” cioè che qualsiasi cosa esistente, se non l'abbia certificata qualcuno di famoso (scrittoruncolo di parte, giornalista racconta mezze verità inventate, vip dal cervello leso dalla genetica tarata e MAI scienziati che non siano “ufficiali”) non è vera. Ho passato una serata meno meno ancora meno meglio degli altri anni, addirittura 5 mani insanguinate di tombola in loop anch'essa.
43 34 64 23 75 34 (già è uscito/mi si sono spostati i ceci/qual'era il penultimo numero?) 65 90 66 65 (mischia/che significa, cazzo c'entra, è una coincidenza che capitino due numeri vicini, mica li estrae un computer truccato/tu intanto mischia/sì,sì i numeri scegliteli con cura) 78 11 84 33 79 25 (AMBO/controllali, non mi fido) 31 54 64, il tutto per una montepremi di ben 3,00€, signori miei!!! Una tensione degna del miglior Dario Argento sotto lsd (vissuto fior di pianta di pelle rachitica necrotizzata). Una cena farcita di discorsi demenzial fastidiosi, cibo spazzatura appesantisci fegato/spirito/sopprimi facoltà mentali per far prima addormentare i commensali, il tutto condito con una noia monotonia da film russo muto del 22, di quelli dove, per due ore e passa non succede un cazzo, e quel “cazzo” diventa materia d'esame per milioni di studenti. C'è da dire che Ryuichi Sakamoto è un dio; gli auguro da aver passato un ui sciù a mèrri crismàs en èppi niù ìa più di me.
102 album... 'catroia... poi dicono che i giapponesi sono buoni solo a squarciarsi l'addome per passione.
Dopo l'amara cena, tornando a casa sono passato di fronte a un bar dove andavo quand'ero in cerca/amara astinenza di rapporti umani, per colmare il vuoto creatosi dalla fine di una storia fallimentar illusoria.
Era pieno zeppo manco fosse ferragosto.
Ho parcheggiato, sono entrato, ho spintonato, ho bevuto.
Finito.
Dodicimila persone, parlavano di niente, bevevano, dicevano niente. Nessuno in vena di fare quattro chiacchiere col sottoscritto (scansato come la peste se non è in vena di fare lo show da pagliaccio; in quel caso tutto il mondo mi adora, mi paga da bere ecc. : quant'è bello vedere qualcuno che si “umilia” gratis?).
Praticamente esci col gruppo dei tuoi amici e rimani con loro saldamente, nulla dovrà mai cambiare, guai se qualcuno oserà intromettersi nella tua elitaria compagnia di aristocratici amici (gli stessi dai tempi dell'asilo). Sconfortato sono andato al bar adiacente. C'erano 8 persone. 1,2,3,4,5,6,7,8 contate. Stesso cazzo. Insomma, mi sono ritrovato a vagare, solo come un cane in un canile di Nagasaki nel '45, con una schifosa Peroni sgasata nel bicchiere di plastica, poi auto bucatosi per depressione.
Talvolta, ai bicchieri made in China, gli scappa l'harakiri anche se quella è una pratica giapponese ma tanto cinesi, giapponesi, ci vogliono portare via il lavoro, gli odiamo alloro, sono tutti uguali, no, no, non posso, stasera fa l'eliminazione del grande fratello, no no non ho tempo per leggere, lavoro sempre, non ho temBo.
Eppure non ero depresso per quello; pensavo che di lì a breve sarebbe ricominciato tutto daccapo, intorno alla tavola di mia nonna.
La follia controllata non è roba per me, non più. Cioè, quella castanediana mi può anche andare bene, ma basare l'esistenza su cose e nulla fine a se stesso (anch'esso nullo) non fa al caso mio.
Il punto è: sono talmente amareggiato che non mi viene da scrivere niente di divertente; ciò che non è divertente non vale la pena d'essere scritto. Durante queste feste, tra la mia famiglia e quella della mia ragazza... sono stato davvero male, ho sofferto.
PRIMA VOLTA CHE FACCIO IL SERIO SUL BLOG, SCRIVENDO QUALCOSINA DI ME; MOMENTO DA CELEBRARE; UNA STRISCIA E PASSA LA TIMIDEZZA!!!
Se “amore” vuol dire obbligare le persone a fare cose che non vogliono, a stare in posti che detestano, allora penso di essere molto molto molto molto molto molto molto AMATO con la A maiuscola.
Non c'è amore, proprio non ce n'è.
Chi non ha la famiglia non si disperi; è importante se ti passa vitto e alloggio senza farti pagare niente; il resto è merda che ci ha insegnato il cinema e la televisione monnezza. I genitori sono degli egoisti del cazzo (volontari o involontari, inconsci o fottutamente sadici, spietatamente lucidi) che fanno i figli per moda, sport e sentito dire obbligato e poi vogliono che diventino come loro al dettaglio, lottando con tutta l'anima per non fargli sviluppare una personalità propria.
Vabbè, stoppo subito sennò potrei scadere dicendo banalità; tutto l'amore familiare di questi giorni ha finito di svuotarmi, per poi riempirmi di merda, odio, amarezza.
Pesantezza esistenziale.
Peccato, porcoddio, in vita mia non sono mai stato bene come quest'anno... fino ad ora.
Vi lascio con la consueta storia di natale, alla faccia del cazzo degli Illuminati e delle loro merdose novelle Dickensiane con quello stronzo di Jim Carrey (speriamo non faccia la fine di Jonny Depp, cioè da bravissimo attore a testa di cazzo fallito incassa stipendio da polpettoni familiari politicamente corretti).
L'era del personaggio senza nome e il suo fedele amico Tommaso sono finiti; quest'anno i protagonisti sono...
... Be', buona lettura, sperando vi strappi qualche risata e gli incisivi. TRANQUILLI, L'HO SCRITTA IN VENA DI CAZZATE, NON ERO DEPRESSO.
... e mandiamo 'affanculo il natale.


PERDONATE BLOGGER CHE PUBBLICA A CAZZO; MI RACCOMANDO, COPIATE E INCOLLATE ALTROVE; LEGGERE QUI E' IMPOSSIBILE

BOTTI NATALIZI
Sfregandosi via forfora dal barbone, il medesimo scorse una scena che non gli piacque, in
televisione, fuori dalla finestra. La sua vita. E fu troppo. Sferrò un pugno al vetro con rabbia e
sangue, rabbia e sangue. Troppi, troppi anni identici al dettaglio, troppi anni della stessa vita,
incompresa. Incompreso. Non riusciva a capire perché un destino così bastardo, aveva scelto
proprio lui, alla faccia della benevolenza, dell'altruismo, di valori in natura inesistenti. Tirò su la
cornetta, compose il numero pigiando i tasti ad un tasso di cattiveria tale da rendere la chiamata
impossibile; il 6 rimase pigiato irreversibilmente per sempre, saldato tra la tastiera e il circuito
elettrico. Staccò la spina dell'apparecchio, lo lanciò energicamente, volò attraverso la finestra,
finendo di rompere i vetrosi rimasugli pronti per l'oblio del pavimento. “Maledetta ogni cosa”,
strillò verso un nemico invisibile, occhi gonfi di lacrime e insonnia. Pescò il cellulare da un cesto
pieno di riviste spazzatura, ridigitando. S'accorse che il destino prossimo della diavoleria acustica
nipponica era molto segnatamente identico, a quello del suo atavico collega di lavoro, chiamò la
moglie a gran voce.
“Cosa cazzo vuoi?”.
“Zitta puttana, chiama C.J.”.
“Cosa cazzo ti sei messo in testa quest'anno”.
“Cosa cazzo, cosa cazzo; non sai dire altro? Zitta puttana, zitta e obbedisci”.
“Ti senti? Zitta puttana, zitta puttana, poi son' io chi non sa dire altro”.
“OBBEDISCI, CRISTO DI UN DIO SENZA DIO RINNEGATO”.
Dopo il breve sproloquio a due, il numero fu composto, però mai quanto il cane addormentato di
fronte al camino, molto molto vicino. L'uomo si avvicinò alla sua bestia, gli diedi dei colpi alle
costole.
Niente.
“Cosa fai?”.
“Il cane è morto”.
“Non è morto, lo stai ammazzando”.
“Guarda”, disse il flaccido, stanco ciccione, indicando la coda dell'animale domestico. “Sta
prendendo fuoco, lo sto calciando. Niente, non risponde. Morto”.
“Meglio, da quando s'è intossicato col veleno per i topi di quelle dannate siepi, le sue crocchette
speciali per cani speciali, cosa che non era, ci stavano prosciugando il conto in banca. Meglio così”.
“Tesoro mi spiace”, prendendolo in braccio, gettandolo nel camino. Tra le fiamme la bestia prese a
guaire. Non era morto, era solo troppo vecchio per l'allucinata realtà domestica della famiglia che lo
aveva adottato. “Spiacente Roddy, ormai abbiamo deciso”, disse senza pensarci due volte,
lanciando una bottiglia di wiskey tra le fiamme, per facilitare il lavoro del fuoco.
“Sei senza cuore, sei proprio un bastardo”.
“Vorrei vedere te, fare lo stesso merdoso lavoro tutti questi anni”.
“Sei un bastardo”.
“Amore, ti odio”.
“Abbiamo una cosa in comune”.
“Be', io ha anche fame, quindi vedi di muovere il culo o ti sbatto a far compagnia al cane per
sempre”.
Dal telefono, uscivano strani suoni simili a bestemmie, urla profondamente gutturali, cariche di
catarro da fumatore oltre lo stadio terminale. In vita per miracolo. Il tizio, dall'altro ricevitore, aveva
assistito a tutta la scena in presa diretta, inveendo contro il suo obeso amico per dissuaderlo dal
canicidio.
“Sei lì?”.
“Figlio di puttana senza cuore”.
“Vieni a casa, ti presento mia moglie; fareste una bella coppia”.
“Come hai potuto, era vecchio e stanco”.
“Anch'io sono vecchio e stanco, magari qualcuno mi facesse un favore del genere, magari mi
gettassero tra le fiamme dell'inferno gratis”.
“Non mi tentare, non provocarmi, non stuzzicare il can...”
“Ah, ah, io l'assassino senza cuore, tu il cinico sarcastico. Bella coppia”.
Scoppiarono a ridere, poi si misero d'accordo per vedersi il pomeriggio.
“Puoi?”.
“Tecnicamente sì”.
“Cazzo mi significa tecnicamente?”.
“Lo sai, il vecchio J.P.”.
“Ancora?”.
“Non ho il coraggio, per non dire il talento, di liberarmi dei pesi attaccati alle palle con la tua
disinvoltura”.
“Non ci vuole molto, un bel lancio nel camino e il gioco è fatto”.
“Ah,ah, terribile. Sei il figlio di puttana peggiore del mondo”.
“Pensa alla tua, di madre”.
“Lasciala stare, non è il caso”.
“Dopo tutto quello che raccontano sul suo conto?”.
“Prima o poi la pagheranno tutti”.
“Stai aspettando un giorno preciso?”.
“Fa una scelta saggia, pensa a salvarti”.
“Tua madre è spacciata”.
“Piantala d'urlare, le stai rompendo a tutto il palazzo”.
“Urlare? Palazzo? Cosa cazzo ti sei preso. Non sto urlando e io ho una casa mia, IO”.
“Coglione, non dicevo a te, parlavo con J.P.”.
“Sopprimi tuo padre, ti sentirai meglio”.
“Non posso per contratto”.
“Ok; vieni o non vieni?”.
“Cazzo, vuoi piantarla?”.
“Dicevi a me o a J.J.?”.
“Alle 15:00 va bene?”.
“Il negozio è aperto?”.
“Importa?”.
“Con questa di adesso sarà l'ottava domanda di fila, e non stiamo arrivando da nessuna parte, no?”.
“D'accordo, d'accordo. Vengo a casa tua alle 15:00... e piantala, stronzo. Quanto è vero niente ti
sbatto in un ospizio per sempre. Entiendes?”
“Va bene, allora vengo io”.
“Sì, non posso lasciare solo questo stronzo per tre secondi; si soffoca anche col brodo”.
Il flaccidone rise, attaccando in faccia al compagno dalla vita segnata.
“Tesoro di cacca, esco”.
“Mi raccomando copriti, fa freddo, e cerca di non tornare mai più”.
“Questa è casa mia”.
“Lo stabilirà il giudice”.
“Se credi sia così, d'accordo. Vado, ti lascio ai tuoi sogni”.
“Chiudi la porta, coglione”.
Paesaggio bianco, sentieri di gomme, acqua nera lercia, putrida. Un pupazzo di neve dalle orribili
fattezze sogghignava ai passanti. Ricambiò: “Non quest'anno amico”. I bottoni neri che
l'agglomerato di neve sporca aveva al posto degli occhi si ritirarono indietro, per tornare
trasformatisi in occhi arcigni, così come successe alla carota al posto del naso. Una bocca mezza
aperta sostituì la buccia masticata d'arancia attaccata maldestramente sotto il naso.
“Faccio come cazzo mi pare”.
“Se lo dici tu, va bene. Lascio sognare anche te”.
“No, no, no, guarda che non comandi proprio un cazzo”.
“Non comando; con noi non verrai mai più”.
“E andiamo, dai, su, non fare così”.
“L'anno scorso io e l'altro socio abbiamo fatto un giuramento solenne sulla croce: mai più pupazzi
di neve nella squadra”.
“Bastardi... razzisti”.
“Non dare colpa alla genetica, sei un presuntuoso pezzo di merda irresponsabile. Incolpa lo
specchio”.
“Volevate divertirvi, no? Siete stati tutti il giorno a ridere”.
“Con questo?”.
“Ero l'anima della giornata, invece voi due pesi attaccati all'animaccia mia”.
“Primo, i pupazzi di neve non hanno anima”.
“... razzista...”.
“E b), appunto, ti siamo d'intralcio, no? perciò usciamo da soli”.
“Ubriacone schifoso, primo e b)”.
“Fa come ti pare. Noi faremo come ci pare”.
Il ciccione liquidò il pupazzo di neve lanciandogli addosso lo Zippo argentato della seconda guerra
mondiale, regalatogli da John Wayne quando andò a far visita alle truppe in Vietnam, nel natale del
'67. L'allora attuale presidente degli Stati uniti lo inviò per far gasare i soldati destinati al macello.
Anche il trippone era stato contattato; ci mise neanche cinque minuti (il tempo di scendere
dall'aereo, entrare nella base) per far esplodere una colossale rissa, durante la quale una donna di 25
anni, tale Lien Phan perse un occhio e l'uso parziale del braccio sinistro, ritrovandosi un'area del
cervello schiacciata da una bottigliata lanciata dal sig. Wayne (subentrato nella mischia
successivamente l'istigazione del grassone che l'aveva fatto avvelenare dicendogli: “Per andare a
cavallo usi la controfigura; vediamo se sei il fottuto cow boy cazzuto che vuoi farci credere, eh,
John?).
“Mamma, mamma, guarda, è...”
“Ragazzino hey: vedi di darti una calmata”.
“Ma... ma... io...”.
“Non importa. Da oggi, fin quando morirò, sono in sciopero”.
“Sciopero?”.
“Sì, odio il mio lavoro, mia moglie, i miei colleghi animali. Detesto la mia vita, fa schifo. Ecco
tutto”.
“Ho fatto il...”
“Non me ne frega un cazzo. Chiusa la baracca, fine dei giochi, per sempre. Se qualcuno prenderà il
mio posto sarò felice di regalargli la licenza, ma deve venir lui da me”.
“Lui chi?”.
“Il mio rimpiazzo. Sono vecchio e stanco, non ne posso più di niente e nessuno. Voglio star solo”.
Il bambino pianse, nascondendo la faccia tra le mani della madre.
“Sei senza...”
“Ci si mette anche lei? Avanti il prossimo, chi si offre volontario?”.
“Che schifo, lei è senza cuore”.
“Sì ma ho il cazzo e funziona ancora bene. Vuol provare?”.
“Io la denuncio”.
“Mi denunci più; querela più, querela meno, sa il cazzo che mi sbatto?”.
“Quant'è volgare, io, io...”.
“Senta, vada a fare in culo lei e il suo altrettanto balbuziente figlio, non ho tutto il pomeriggio da
perdere dietro 'ste stronzate. Suo figlio piange? Colpa sua che l'ha viziato, non gli ha insegnato a
cavarsela da solo”.
“Mi figlio ha sei anni”.
“NON-ME-NE-FREGA-UN-CAZZO-MI-LASCI-VIVERE-PORCA-TROIA”.
Inorridita se ne andò, trascinando a strattoni suo figlio, ancora in lacrime, sotto forte shock emotivo.
L'uomo dall'infinito stomaco non era sempre stato così crudele e sboccato, aveva vissuto tempi
educati, prima d'innamorarsi della bottiglia. Aveva fatto notare alla signora quanto fosse stata
negligente nell'educare suo figlio, eppure, a 78 anni suonati non riusciva ad affrontare niente... da
sobrio.
Appena sveglio, alle 16:00 (faceva le ore piccole tutti i giorni) si versava la colazione, vodka e
salatini alla paprika (li adorava al punto da farsi spedire, direttamente dalla ditta che li produceva,
una maglietta pubblicitaria ogni due tre mesi (il tempo che si fosse unta totalmente di olio sintetico),
atto di amore rasentante la sudditanza schiavitù psicofisica). Passava un'oretta in bagno, urlando e
sbraitando (mentre la moglie godeva per la sofferenza dell'odiato, obeso marito), poi si vestiva,
andava al bar col suo amico J.C. ubriacone, paranoide, megalomane, vecchio porco anche lui.
Per questo andavano d'accordo.
Almeno fino al secondo bicchiere.
Mise due dita in gola, toccò l'ugola perbene, vomitò sull'uscio di casa del minorato trova scuse per
non muovere il culo dal divano. Con le dita rosse di salatini, marroni di wiskey e saliva acida suonò
il citofono, trattenendo dolorosamente le risa.
“Chi è?”.
“Non fare il prezioso, quale stronzo psicopatico verrebbe a trovarti?”.
“Ho tanti amici”.
“Tutti col martello in mano, sui qual incisa la tua targa”.
“Due minuti e scendo”.
“Lo sapevo. Ho anticipato l'orario per farti essere pronto quando volevo e tu...”
“Senti: se ti va bene, bene, sennò fuori dalle palle, ho tanti amici”.
“Calma, calma... dovresti ringraziarmi, i tuoi amici non ti perdoneranno mai”.
Sentì click, fine della diplomazia coi piani superiori.
Il gelato, stanco, vecchio panzone cercò una distrazione che non c'era, da nessuna parte tra i fiocchi
di neve. Guardò le scarpe, vide la macchia di vomito congelata tra lo zerbino e il pavimento.
“Merda”, disse tra sé, mentre inarcava la schiena per effettuare l'infausto rigurgito una seconda
volta. Gli uscì vomito dalla bocca e moccio dal naso. Polmoni vecchi, stanchi, atrofizzati, non
soffocò non si sa come, sull'orlo della fine di Jimi, Janis e Jim. No, cazzo, le tre J; dovranno
diventare quattro e la quarta è lui, il cerchio non deve chiudersi con me. Come una profezia coniata
per avverarsi all'istante, J. finì per terra, sbattendo chiappe e testa, dopo esser planato sul laborioso
capolavoro creato dal quasi ottuagenario dall'interno marcito.
“Figlio di puttana, ancora con 'sti scherzi idioti”.
“Ah,ah,ah, dovresti guardarti, sembri un resuscitato del cazzo”.
“Tanto non potete uccidermi”.
“Ceeeerto, signor Highlander”.
“Quanti anni ho? Se sono ancora vivo è perché sono fottutamente più forte della morte”.
“Senta, signor so tutto io, vogliamo darci una mossa?”.
Si incamminarono alla volta del negozio di fiori luminosi del cielo, sostando qualche minuto alla
Taverna degli Esseni, dove ci fu una colossale scazzottata, costata a Peter il barista una notte
all'ospedale sotto strettissima osservazione (cranio fracassato) e Mary, battona addescatrice
mascotte del bar, la perdita della verginità delle orecchie, per un calcio di C.J. ben assestato d'odio,
che le sturò i timpani per sempre, facendola entrare nell'afono universo dei sordi. Se non altro la
sosta era servita a dar tempo al proprietario del diabolico negozio di tirar su la saracinesca,
accendere la cassa, installare le chiappe allo sgabello di legno.
Di fronte al paradiso.
“Ci siamo. Regole?”.
“Mi fa ancora male la mano”.
“Regole?”.
“Fanculo, niente regole”.
“L'avete sentito tutti”, urlò il trippone al vento. “Siete tutti testimoni, stavolta si gioca senza regole”.
“Ma santo cazzo, non c'è nessuno”.
“Gli spiriti ci guardano”.
“Gli spiriti?”.
“... bevuto troppo”.
“Mi sa anche a me. Perfetto, sono avvantaggiato”.
“Non credo, hai la mano mezza rotta”.
“Et voilà”, C.J. rimise apposto l'osso spostato con un tocco di magia, uno strattone che lo fece
gemere.
“Entriamo”.
“Metà e metà”.
“No, ognuno paga il suo”.
“Su, non fare così”.
“Finisce sempre che compri un cazzo di arsenale, mentre io rimango a secco di soldi e munizioni”.
“Hai ragione”.
“Cazzo se ce l'ho.
Spesero trecento euro a testa, tra bengala, razzi, Zeus (il vecchio telamone prendeva per il culo C.J.
ogni volta che ne metteva una scatola nel cestello, Fatti apposta per un coglione come te,
svalutandone l'efficacia e la potenza), Raudi, stelle filanti. Le stelle filanti possono sembrare
inappropriate per una guerra di trincea combattuta a colpi di fuochi d'artificio ma, se si possiede un
arco militare, possono diventare tremende frecce infuocate al pari, se non più potenti, dei canonici
bengala eruttanti solo polvere da sparo colorata, mentre le stelle fisicamente terminano col temibile
bastone di metallo arroventato che, una volta conficcato nel corpo dell'avversario, può arrecare
gravi danni, causare seri problemi, fino a manomettere le capacità motorie della vittima (quando
perforati specifici punti, ben conosciuti dai maestri dell'agopuntura). Il gestore, stufo anch'egli, non
del suo lavoro, bensì dei clienti abituali come il trippone e lo stecchino che gli avevano appena fatto
incassare seicento euro (cinquecento nettamente guadagnati; acquistava mortaretti di contrabbando
da uno spacciatore calabrese che li fabbricava in casa, ricavandoli dagli avanzi di bombe a mano e
proiettili difettosi, poi vi attaccava falsi bolli di stato, fornitigli da uno spacciatore di false marche
da bollo della repubblica di San Marino, per taroccarne l'autenticità), non ne poteva più dell'arrivo
della polizia, dei controlli, delle ambulanze a sirene minacciose (tragici ricordi trauma infantili),
dell'interrogatorio...
“Vi prego... non voglio permettermi ma...”.
“Spara pure”.
“Se... per cortesia potreste andare altrove”.
“Non ci vuole?”.
“No, non... e meglio se andaste a fare quello che dovete fare... da un'altra parte”.
“Cosa dobbiamo fare”, sbraitò il ciccione irritato dai balbuzienti.
“Calma, sta scherzando, certo che ce ne andiamo”, intervenne J, accortosi che il poveraccio si stava
cagando addosso dalla paura, mano appoggiata pericolosamente vicina alla cornetta per chiamare
rinforzi calabresi.
Da dieci anni facevano la guerra dei fuochi d'artificio. Mai, per nessuna ragione s'erano persi la
rassegna stampa locale del Day After; ridevano, gustandosi le descrizioni dei giornalisti, giunti sul
campo di battaglia, anch'essi timorati.
Era la droga per vincere anni di non vita passata ad accontentare incontentabili irriconoscenti.
“Tieni, beccati questo”, diede il via alla battaglia Babbo natale, infilando uno Zeus acceso nei
pantaloni di Gesù Cristo.
“Vediamo se con questo ti torna la memoria”
“Sono esistito sul serio ed esisto, non vedi?”.
“Esisti perché t'hanno inventato e hanno generato energia che ha concretizzato la loro balla”.
“Figurati, sto parlando a un'invenzione della Coca Cola”, urlò Cristo in fuga mentre lanciava lo
Zeus sul punto di deflagrare. Scoppiò a mezz'aria, a qualche metro da Babbo natale.
“Per un pelo, porca troia”.
“Non sei mai stato fortunato come adesso, carne da macello dei miei coglioni”, mentre stava
piazzando una batteria di razzi rivolti verso l'accampamento nemico. “Senza regole, no?”, pensò
C.J. Mise le mani in posizione, creando un triangolo perfetto. “Venite a me, figli miei, venite ad
aiutare papà”. Una voragine dimensionale squarciò l'atmosfera, facendo piombare sulla terra Padre
Pio e Giovanna D'arco. “Cazzo”, disse la donna, “Che modi schifosi”. “Cocca”, il frate di
Pietrelcina disse tossendo, “hai lasciato 'sta fogna in fiamme, ricordi? E ti lamenti per una caduta.
Da non credere”.
“'Fanculo, vecchio baro. Bucarsi le mani per avere attenzione... che schifo”.
“La gente venera me, mica le tue ceneri”.
“Sentite”, li placò Gesù, “v'ho riportati in vita per aiutarmi, non per scannarvi”.
“Hai ragione maestro”.
“Piantatela, non siete in borghese. Basta coi convenevoli, impugnate i fucili”.
Con del nastro isolante il Messia aveva legato alcuni bengala in batterie da cinque, creando dal
nulla dei veri e propri fucili mitragliatori. “Giovanna scatta sulla sinistra, Pio striscia come un
verme dalla parte opposta. Appena trovato riparo, accendete, mirate, uccidete”.
“Maes... Gesù, vanno bene dietro le colonne?”.
“Dovete divertirvi pure voi, fate cosa volete. Piuttosto, vedete di non farvi eliminare”.
“Noooo, col cazzo”, provenne l'urlo di disapprovazione. “Non vale, tre contro uno”.
“Niente regole, ricordi? Stavi celebrandolo con gli spiriti e...”
“Niente regole ma anche niente handicap, porca troia lurida mbeshtata”.
Il salvatore dell'ingrata razza umana rifece il trucchetto, riaprì la voragine interdimensionale,
trasferendo nell'aldiquà due compagni di squadra per il panciuto svogliato avversario,
all'inverosimile bramoso di guerra e conflitti. Non ebbe molto da ridire, il raggio d'azione random
trasportava le anime a casaccio, non si poteva selezionare a piacimento i personaggi.
Tre contro tre: Gesù, Padre pio e Giovanna d'Arco Vs. Babbo natale, San Michele (onorato soldato,
flagello dei draghi di tutto il mondo) e San Valentino (effeminato, tutt'altro che capace di
combattere). Babbo non ebbe da ridire; aveva sì, un frocio fannullone in squadra, ma anche un
istancabile macchina da guerra valente per sei soldati e due colonnelli.
Manco a farlo apposta, il primo a rimaner ustionato (quindi risbattuto nell'aldilà, come recitava
l'unica onnipresente regola dell'annuale guerra santa tra divinità fittizie) fu San Valentino, il quale
scomparve urlando ai cinque sopravvissuti: “Cattivoni, non vedevo l'ora di tornarmene dai miei
amichetti”. “Fanculo, torna a regalare baci Perugina a quei culattoni degli angeli”, urlò Babbo
natale, mentre cercava di capire il piano d'attacco escogitato dal militarmente, strategicamente
superiore dominatore di draghi, per la fortunata occasione suo fido compagno. “Ho altro da fare
perciò sbrighiamoci. Non mi tiro mai indietro quando c'è da combattere. Per ottenere la vittoria
immediata, l'unica accettabile (siamo due contro tre scarsi, ma se non la finiamo subito potrebbero
darci filo da torcere, farci stancare, sfruttare a proprio vantaggio la superiorità numerica)
utilizzeremo metà artiglieria contro l'utero della signora d'Arco, suo punto debole. Una volta
sbarazzatici di lei saremo pari, avremo più tempo per predire le mosse successive”.
“Sacrificare metà artiglieria per quella troia?”.
“Non è sacrificare; per guadagnare bisogna investire, così come nella guerra per vincere bisogna
spendere”.
“Cazzo, non ti facevo tanto ferrato”.
“Quando ti capita di fare un salto di là, chiedi chi è, da più seicento anni, l'indiscusso, imbattuto
campione a Risiko?!”.
“Vecchio bastardo”.
“Non offendermi, perdo la testa in un attimo. Se vai in Cina, chiedi al primo drago che passa”.
“Sì, sì, ok, sei il più forte. Ci diamo questa cazzo di mossa?”.
“Nastro isolante, seghetta, arco, mirino laser”. Santa Claus, imprecando tra se portò l'occorrente al
santo sterminatore.
Nel frattempo la fazione nemica scagliava stelle filanti incendiarie amplificate da Raudi ritoccati.
Gesù, in possesso di regolare licenza di artificiere da quando i cinesi (acerrimi nemici
dell'avversario San Michele) avevano scoperto la polvere da sparo, sapeva che premendo più a
fondo il tappo sigillante i mortaretti giallo urina, gli si conferiva una maggior potenza, con unica
pecca la riduzione del tempo utile al lancio. Rischiavano di farsi esplodere via le dita.
Come se l'idea avesse colpito tutti e due nello stesso momento, grazie all'occorrente trasportato a
suon di bestemmie da babbo natale, San Michele stava modificando egregiamente le bombette a
disposizione. Con la seghetta aveva aperto tre bengala, lavoro di mirabile accortezza. All'interno vi
aveva inserito la polvere da sparo di svariati Zeus, aveva richiuso tutto col nastro isolante, col quale
aveva unito insieme una decina di bengala modificati e aveva montato il mirino sull'arco.
“Sei pazzo?”.
“Fidati, lasciami fare”.
“Se salti per aria salto in aria anch'io”.
“Ho programmato la successione delle polveri. Prima si vedranno arrivare addosso una tempesta di
fuoco colorato, dodici serie per l'esattezza, che tu conterai ad alta voce. Quando li avremo
massacrati perbene, lancerò tutto tra le cosce della signora d'Arco.”
“Non capisco”.
“La polvere degli Zeus, si trova alla fine del corpo della bomba. Mentre saranno al riparo dalle
lingue di fuoco scoccherò la rimanenza tra le cosce della signora Giovanna. Sentiremo un gran
botto. E la donna sarà eliminata”.
“Sei un cazzo di genio del male”.
“Per vincere il male devi essere più diabolico del male stesso”.
Spaventati, Gesù, Giovanna e Pio si stavano consultando sul da farsi. “Perché non attaccano, cosa
stanno aspettando?”, chiese l'ingenua donna, occhi persi nel dolore. “Aspettano che finiamo le
munizioni, poi attaccheranno. Ovvia tattica di Babbo natale; lasciare a secco il nemico e
bombardarlo quand'è indifeso; vigliacchi”. “Oppure”, ruppe il silenzio radio il frate di Pietrelcina,
“stanno mettendo a punto un particolare ordigno di distruzione”.
“Tipo?”, chiese incuriosito il Messia, mentre addentava un bastoncino di carne essiccata.
“E quello da dove cazzo spunta fuori?”, all'unisono le due subordinate icone.
“Cibo da campo, ne porto sempre con me quando c'è da combattere”.
“Non mi pare il caso di mangiare adesso”.
“Lasciami in pace. Finisci di dire quello che stavi dicendo”.
“San Michele è un gran bastardo, un signore della guerra”.
“Di signore ce n'è uno, quindi modera i termini”.
“Vabbè, scusa. Comunque è uno che sa il fatto suo, ha fatto saltare per aria più di un culo di drago,
lo sappiamo tutti, no? Allora, come noi abbiamo modificato i Raudi...”.
“Quel bastardo di un diavolo cosa mai potrà inventarsi?”.
“Viaaaaa”, urlò Giovanna, sbattendo a terra i suoi due compagni, a un passo dall'essere decapitati
da colpi provenienti dalla controparte.
“Lo sapevo, hanno fabbricato armi speciali”.
“Non sono speciali; se ci spremiamo le meningi possiamo crearcene anche noi”.
“E quando? Non ci lasciano un attimo di tregua”.
I missili luminosi cessarono, ci fu silenzio.
Gesù si sporse per controllare i nemici. Il tempo di realizzare cosa stesse succedendo, Giovanna tirò
un urlo lancinante, facendo gelare il sangue dei compagni. “Meno uno”, sentenziarono vittoriosi
Babbo Natale e San Michele, mentre un terribile botto fece tornare nell'aldilà, all'istante, la
sventurata donna con un buco in mezzo alle gambe dieci volte più grande di quello che già c'era.
“Eliminata, puttana”.
“Bastardi, ve ne siete approfittati perché era una donna”.
“Volevano la parità dei sessi, no? L'abbiamo trattata come uno di voi. Presto sarà il vostro turno”.
“Non canterei vittoria”.
“FERMI TUTTI”.
Il fracasso, l'adrenalina della battaglia, la follia erano stati abilmente sfruttati quali elementi utili di
distrazione per le forze dell'ordine e dei giornalisti, giunti sul posto in elicottero (ve n'erano tre), in
moto (svariate) e macchine corazzate.
“Buttate in terra le armi, alzate le mani. Siete circondati”.
“Vaffanculo, non ci avrete mai”.
“Gesù, dio, chiunque tu sia, sei in stato di arresto. Qualsiasi cosa dirai sarà usata contro di te in
tribunale”.
“Dico, con chiccazzo credi di parlare?!”.
“Con uno stronzo maniaco psicopatico”.
“Io sono il figlio di dio, tuo padre. Anch'io sono tuo padre e tu sei figlio mio”.
“Papà, le consiglio di far gettare le armi ai suoi complici”.
“Io rispondo solo delle mie azioni, gli altri sono maggiorenni e santificati”.
Il freddo paralizzava gli arti dei sacri accerchiati dal male della terra. Cristo, abituato a tornare dalla
morte con nonchalance, capì che la battaglia era da rinviare, irrimediabilmente mandata a puttane
dalla burocrazia vigente nel mondo che quello stronzo egoista di suo padre aveva creato per farsi
due risate contro la noia. Gli stava rodendo il culo, non era possibile che dei subordinati rovinassero
l'unico giorno felice della sua vita, passata tra dolore e sofferenza gratuita. Porca troia, anche lui
aveva diritto almeno a un giorno l'anno per svagarsi come voleva.
“Pio, cosa...”, rimase di stucco parlando al vuoto. Padre Pio aveva disertato, servendosi di uno
spiraglio interdimensionale lasciato dalla voragine per tornarsene nell'aldilà.
... e tu vivrai nel terrore.
“Gesù, Gesù”, strillava babbo natale, “quel figlio di puttana codardo di san Michele se n'è andato”.
“Pure io sto da solo, ci hanno abbandonato”.
“Siamo fottuti, vero?”.
“Sì”, s'intromise il capo della polizia, “non c'è scampo per voi. Avete due possibilità: arrendervi,
farvi arrestare e avere regolare processo o essere trucidati in pochi se...”
Un'esplosione simile ad una bomba nucleare irradiò il cielo illuminandolo. Sembrava mezzogiorno,
tanta luce stava liquefacendo giornalisti, poliziotti, militari. Una carneficina disciolta. Dal buco
dov'era comparsa la luce spuntò anche San Michele.
“Ho una reputazione da difendere”.
“San, io...”
“Chiamami pure Michele”.
“Michele, non so come sdebitarmi”.
“Il piacere di aver risolto ancora una volta una situazione apparentemente irrisolvibile è il più
grande dei compensi”.
“Gesù”, urlò felice Babbo Natale, “dovresti promuoverlo”.
“Già, Michele è uno coi controcoglioni”.
La guerra dei fuochi d'artificio, prima interrotta, poi diventata una battaglia tra due mondi, si
concluse con la vittoria dell'aldilà.
Babbo natale e Gesù si strinsero la mano.
“Perché piangi?”.
“Non ne posso più di questo mondo, della tanta, troppa merda che c'è”.
“Vieni di là con noi”.
“Davvero?”.
“Certo, per me non è un problema”.
“Dimmi che devo fare”.
“L'hai visto Marcellino pane e vino?”.
“Sì”.
“Devi sdraiarti tra le mie braccia”.
“Cazzo, peserò duecento chili più di te”.
“D'accordo, vedo che vuoi rimanere qui per...”
“'affanculo la mia boccaccia”.
Babbo natale morì tra le braccia di Gesù, il quale aveva sottovalutato il peso del suo amico. Si
ritrovò nel mondo delle invenzioni, quello che gli umani chiamavano aldilà, con tre costole rotte e
una spalla lussata.
Ma ne era valsa la pena. Vissero felici e contenti nell'infantile immaginazione dei bambini adulti di
tutto il mondo, manipolandoli per secoli e secoli ancora.